
L’estetica moderna e la filosofia dell’arte.
Venerdì 14 maggio 2021 presso la scuola secondaria “Don Milani”, si è tenuto un evento per certi versi unico. Massimo Cacciari ha raccolto la sfida lanciatagli dall’Istituto Comprensivo di Cadoneghe, che lo ha chiamato a misurarsi con la curiosità degli alunni del terzo anno.
A fronte della loro giovane età (la platea era composta per lo più da tredici e quattordicenni), i temi toccati sono stati degni di una vera e propria lectio magistralis.
Che cos’è l’arte? Qual è il ruolo dell’artista oggi? Domande complesse, potenzialmente vastissime, che il professor Cacciari ha saputo affrontare conciliando erudizione, passione e chiarezza espositiva, accompagnando il suo uditorio in una chiacchierata appassionante e ricca di spunti.
A moderare l’incontro, il Dirigente Scolastico e il professor Enzo Manzo, docente di Tecnologia e promotore dell’evento.
Professore, iniziamo dai fondamentali.
Che cos’è l’arte?
L’arte è innanzitutto, etimologicamente, tecnica. Il latino ars traduce direttamente il greco techne. Ma arte è anche imprescindibile capacità di dialogare con il proprio passato, con la propria tradizione culturale. Si tratta di un percorso particolarmente evidente nell’arte occidentale, che è caratterizzata da una ‘metamorfosi continua’, un costante aggiornamento di sé stessa entro i binari della continuità, del dialogo con i modelli. È dunque impossibile, in realtà, stabilire a priori che cosa sia l’arte … Ogni forma espressiva deve necessariamente essere contestualizzata all’interno di un discorso ben determinato. Mai come oggi è impossibile rispondere alla domanda in astratto.
Ciò è vero anche per i ‘classici’. Ogni epoca stabilisce il suo canone. Per fare un esempio di stretta attualità, difficilmente si sarebbe trovato Dante nel Seicento. I classici sono di volta in volta fissati dai ‘moderni’. Il canone è mutevole per sua stessa natura.
Quello che dice è dunque valido anche per l’oggi. E, dato il nostro uditorio, per il domani?
Assolutamente sì. I classici sono coloro che agitano delle domande dentro coloro che ci si accostano, che continuano a parlarci. Non certo perché sono dei modelli formali. Io stesso, ogni volta che leggo Euripide, è come se fosse la prima volta. C’è il fortissimo rischio che l’imposizione di un modello sia il miglior modo per allontanarlo. I classici non sono dei monumenti da venerare. Se ci si accosta a loro da questa prospettiva, si è perduti.
Quanto al domani, ogni ragazzo deve avere il suo classico. Il suo classico personale, intendo. I classici devono essere dei compagni di vita, con i quali dialogare costantemente e senza sudditanza.
L’arte oggi sembra difficile da valutare, da stimare secondo dei parametri condivisi. È ancora possibile un’estetica dell’arte?
Certo. Estetica vuole dire, ‘avvertire’, ‘percepire’. È quella parte della ricerca filosofica che ha a che fare con la sensibilità, con la percezione. Si tratta delle forme della sensibilità, quindi è molto vicina alla psicologia (la prima parte della critica della ragion pura di Kant tratta, per l’appunto, di estetica trascendentale).
C’è però un altro aspetto, ossia la filosofia dell’arte. L’analisi filosofica della forma artistica. La sua fruizione e la sua interpretazione. I caratteri fondamentali per definirla (l’arte, n.d.r.) sono, a mio avviso, due. La conoscenza del dato tecnico, formale, e dei presupposti intenzionali dell’artista.
Le differenti modalità espressive, le concrete difficoltà realizzative delle arti plastiche, figurative, ecc. sono dei presupposti ineludibili per apprezzare un’opera. Altrimenti non si ‘parla’ di arte, si ‘chiacchiera’ di arte.
E poi, che cosa muove l’artista a esprimersi? Cosa vuole comunicare? Quali sono le sue intenzioni? Sono tutte domande che ci si deve porre per forza. Il rischio è, altrimenti, quello di rincorrere le fascinazioni di un’estetica generale, che è subito astratta, svincolata dall’opera che ci si pone davanti. Si tratta di una tendenza diffusa al punto che non pochi pensatori odierni assumono l’espressione artistica come pretesto per sviluppare le proprie considerazioni, le proprie speculazioni e i propri modelli interpretativi. Ai ragazzi consiglierei quindi di specificare sempre si cosa si parla, di quale opera, di quale poesia. Circoscrivere e focalizzare, senza affreschi fumosi. Interrogarsi sui fini della singola comunicazione artistica da parte del singolo autore.
Qual è il ruolo dell’artista, oggi?
Io credo che il ruolo dell’artista nella nostra civiltà, nella nostra cultura non sia mai cambiato. O intendiamo l’artista come colui che ha un mestiere, e che quindi vive di committenze, come un qualunque altro artigiano; o, piuttosto, lo intendiamo come colui che vuole provocare. Artista è chi non si limita a fare bene il proprio lavoro da un punto di vista formale e tecnico, ma che vuole inserirci una domanda, una provocazione, un qualcosa che cattura e disturba.
Se guardiamo a Venezia, è pienissimo in ogni dove di opere d’arte di committenza, bellissime e raffinatissime. E poi però c’è Tintoretto, che eccede i limiti della riproducibilità tecnica, che ha qualcosa da dire contra, che contraddice, che stride, che va oltre tutto quello che è stato detto fino a quel momento. L’artista non è rivoluzionario perché si mette a parlare di rivoluzione. L’artista lo è se modifica, se evolve il proprio linguaggio e la propria grammatica in prima persona.
A mio parere, la funzione dell’artista è una funzione critica, che obbliga i fruitori a interrogarsi su qualcosa di loro stessi. Se questo manca, si è solo degli artigiani, ancorché sommi, al servizio del mercato.
Lei ha menzionato più volte la tecnica. Non crede che in questi anni di pandemia la tecnica, intesa qui come tecnologia, abbia avvicinato le persone all’arte? Penso, ad esempio, alle visite virtuali nei musei, oltre naturalmente al nostro incontro di oggi … Anche tenendo conto di questi potenti mezzi, cosa consiglierebbe a un giovane che intende formare un proprio gusto estetico?
Innanzitutto non sono d’accordo. Questo non è stare vicini. Questo è un surrogato, una pseudo-vicinanza. Non cadiamo nel grande pericolo di pensare che questo sia il nostro destino, non cadiamo in questa deleteria tentazione che in tutti i modi cercano di inculcarci. Vedere un quadro in foto non è vederlo, è sapere che esiste. È già molto, ma è in realtà poco più che nulla. I ragazzi devono farsi un gusto estetico vedendo le cose de visu, vivendo l’esperienza, toccando con mano, non sbirciando nei filmini. Ho amici che, quando entrano nelle pinacoteche, quasi appoggiano il naso sui quadri. E li leccherebbero per sentirne il gusto, se potessero. Come si fa a capire l’architettura senza entrarci dentro? Altrimenti si tratta solo di facciate, non di edifici. Bisogna entrare col proprio corpo fisico. Il compito del docente sarebbe quindi quello di stimolare la curiosità di visitare fisicamente, di persona i luoghi dell’arte.
E poi, in secondo luogo, c’è la costruzione di un proprio canone. Proprio inteso come individuale, privato. Ognuno deve avere i propri autori, e questo viene fuori solo dall’esperienza. La scuola deve instillare la voglia di fare esperienza, di farsi la propria esperienza. E poi, solo poi, ognuno si fa un proprio gusto. Non esiste un gusto in generale, esiste solo un metodo per farselo. Se questo avviene solo sui libri, beh … è un modo assolutamente pedante di concepire e la cosa. E nemmeno tramite i video. Vanno benissimo, per carità, ma hanno la sola utilità di informare, di dare le indicazioni di base, di dire ‘esistono queste cose, quanto sarebbe bello andarle a vedere’.
Questo desiderio è senz’altro ciò che più auspico per le nuove generazioni.
[testo a cura del prof. Federico Contini]